"diario sul cibo per chi non crede che il cibo sia cultura ma nutrimento e garantirlo a tutti sarebbe già un bel passo avanti...esistono 'il pane e le rose'…assicuriamo il pane a tutti perché tutti possano avere anche le rose…"
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martedì 14 giugno 2022
Ricette autunnali per non sprofondare nella pandemia
Quest’autunno si prospetta, caldo, anzi caldissimo. La morsa della calura non termina e avremo a che fare anche con la recrudescenza della pandemia, visto che la maggior parte dei nostri connazionali non si sono fatti convincere a tenere sempre le mascherine e ad evitare i posti affollati. Anzi, li hanno riempiti al massimo, senza mantenere le distanze e senza copertura di naso e bocca. Mentre giapponesi e cinesi se ne sono tenuti bene alla larga (ed erano quelli che spendevano di più), ma adesso sono alle prese con la guerra in Ucraina e se ne stanno bene alla larga, dall’Europa, che non ha una difesa comune e dall’America che da queste guerre orientali è sempre uscita con le ossa rotte. Al ritorno dalle vacanze, anche se riprendere sarà più difficile, vi propongo queste due ricette, tra estate e autunno. Adattissima ai primi mesi autunnali, per un brunch in giardino, un pic nic in campagna o una cena senza troppe formalità come fanno i millennials, è la ricetta proposta dall’azienda vitivinicola Carpineto, in abbinamento al suo Dogajolo Rosso, un vino toscano dalle ottime qualità e rapporto con il prezzo.
Roast Beef panino con salsa tonnata
Ingredienti per 4 persone:
Un girello di manzo di razza chianina – 1 kg
Pane tipo McDonald's
Maionese
Senape
Tonno sott’olio 250 g
Uova 3
Sesami di sesamo bianco – 1 confezione
Semi di papavero – 1 confezione
Olio di semi
Farina
Rucola
Riduzione di aceto balsamico
Sale grosso
Pangrattato – 1 confezione
Preparazione
Una ricetta non semplice ma che incontra gusti e stili contemporanei, da realizzare anche a casa. Prendete una teglia abbastanza capiente e, dopo avervi adagiato la carta da forno, ponete al suo interno il girello di manzo intero, senza tagliarlo. Spalmate la senape su tutta la carne in modo uniforme, fino a ottenere una massa compatta; dopodiché prendete il sale grosso e ricoprite il tutto abbondantemente. La carne, insaporita dalla senape, dovrà crescere sotto sale, al forno, a 180 gradi per almeno 25 minuti.
Nel frattempo, preparate la salsa tonnata. Prendete il tonno, scolatelo attentamente dell’olio in eccesso e mettetelo nel frullatore insieme alla maionese, fino a ottenere una crema liscia e omogenea. Una volta terminata la preparazione, mettetela da parte in una scodellina o in un sac è poche, in previsione dell’impiattamento. In attesa della cottura della carne, potete cominciare a predisporre anche il pane, tagliando fette uniformi e triangolari. Prendete poi le uova e rompetele in una ciotola. Mescolatele con una forchetta come per una frittata. In un’altra ciotola, mescolate insieme i semi di sesamo bianco, i semi di papavero e il pan grattato. In una terza ciotola, o sul ripiano di taglio, versate la farina. Avrete ora tutto il necessario per provvedere all’impanatura. Prendete le fette di pane: passatele prima nella farina, poi nell’uovo sbattuto, infine nei semi di papavero, sesamo e pangrattato. Calate le fette di pane in una pentola piena di olio di semi bollente e girate con delle pinze per non più di due minuti. Tiratele fuori e mettetele a sgocciolare in una teglia con carta assorbente. Torniamo quindi alla nostra carne: toglietela dal forno e provvedete a eliminare il sale grosso. Prendete il pezzo di carne e adagiate la prima fetta di pane impanato e fritto. Riempitela con nell’ordine: salsa tonnata, rucola, carne, un filo di olio extravergine di oliva. Ripetete l’operazione una seconda volta e ricoprite, con la seconda fetta di pane, il vostro sandwich. Siete pronti per servire in tavola. Prendete il piatto e decoratelo con un filo di riduzione d’aceto balsamico, maionese e qualche fogliolina di rucola. Il vostro panino con Roast Beef e salsa tonnata è pronto per essere messo sul piatto e gustato.
Abbinamento vino: Dogajolo Rosso 2016 Carpineto.
Bene, questa ricetta risente della moda che vuole gli chef delle star piuttosto che dei semplici cuochi, artigiani del gusto. Io non l’ho ancora provata, lo farò a fine settembre, ma avrei due appunti da avanzare. Innanzitutto io il vitello tonnato l’ho sempre fatto con il girello, appunto, di vitello ma non di manzo, sebbene di ottima qualità, razza chianina, si dice qui. In secondo luogo mi sembra ridondante la copertura della carne con la senape, dal momento che il roast beef si cuoce benissimo con il solo sale grosso. E poi, perché appesantire ancora con le fette di pane impanato e fritto? Questo si faceva una volta solo quando avanzavano farina uovo e pangrattato dopo aver fritto dell’altro (tipo fettine di vitello o melanzane). La rucola e i semi di sesamo e papavero poi sono un’aggiunta che secondo me non si abbina con il resto. I semi, tempo fa, si mettevano solo su speciali tipi di pane. Come si diceva una volta, ma secondo me in cucina vale ancora: il troppo stroppia.
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giovedì 10 dicembre 2015
Le regole di una sana alimentazione
Ora che l’Oms lancia l’allarme
cancro per un’alimentazione basata su carne
e insaccati, cambiano i tempi, che tra l’altro ci hanno resi più
longevi, grazie alla ricerca scientifica, ma le regola di una sana
alimentazione sono le stesse. Negli anni Settanta si chiamava macrobiotica ed
era patrimonio della controcultura. Oggi si chiama biologico, il 10% delle
terre coltivate, o biodinamico. E si tratta di favorire il metabolismo con una
dieta sana che favorisca l’ambiente e gli animali.
Non vegetarianesimo puro e
semplice, che gli eccessi sempre nuocciono, ma un insieme di norme e regole senza
fare largo uso di ormoni, pesticidi chimici e additivi. Principi di biologico e
biodinamico sono sostenere la biodiversità contrastando le grandi monocolture e
praticando pratiche antiche quali il riposo della terra e il sovescio. Ossia
girare la terra per concimarla con elementi naturali e ruotare le colture per
non avere sempre lo stesso prodotto ma arricchire la varietà di prodotti che la
terra può dare.
Con questi metodi si producono cibi naturali e sani, anche se
più costosi degli altri, e si favorisce una dieta basata su cereali, vegetali,
legumi, come insegnava l’antica saggezza dell’Estremo Oriente e in Giappone
fanno ancora oggi, vedi i fagioli azuki, la soya, il ramen, il miso e i vari
tipi di verdura, pesce e the (bancha, oolong, nero, verde) e caffè senza
caffeina (bardana, dendelio). Non per niente il padiglione del Giappone a Expo
è stato il più premiato anche se pensiamo il meno visto data la coda di anche
parecchie ore per entrarvi. Noi in
compenso abbiamo la dieta mediterranea: verdure, olio, pesce, pasta, anche
integrale, e Slow Food ha inventato il sistema dei Presìdi, poi esportato in
tutto il mondo con Terra Madre, con i quali si difendono ben precisi metodi di
produzione naturali come sono stati tramandati tradizionalmente.
Anche qui
un’operazione complessa e costosa di cui si vedono gli esiti positivi appena
adesso, che ad una generazione di persone che hanno studiato legge o lettere,
si sta sostituendo una generazione di giovani, anche laureati, magari in
Scienze dell’Alimentazione, che tornano alla terra dei padri apportandovi tutte
le novità che si sono sviluppate negli ultimi trent’anni. Macchinari di nuova
generazione, sementi non ogm, apparecchi per sondare lo stato del clima e del
terreno e per trasformare i rifiuti in materiale riutilizzabile. La
sostenibilità, in una parola, è la scommessa futura dell’agricoltura, ma solo a
patto di non farsela “scippare” dagli accordi TTip con gli Usa che
determinerebbero l’accesso al nostro mercato di prodotti americani “italian
sounding” che poco di italiano hanno davvero.
Le nostre leggi e norme, quanto a
derivazione di un prodotto, tipicità e tradizione, sono molto più stringenti:,
si vedano i disciplinari di Bruxelles delle Dop e delle Igp, i prodotti a
denominazione di origine che finora ci hanno permesso di mangiare cibi
controllati e “d’autore”. Adesso viviamo un mondo tutto in movimento in cui la
parola d’ordine è globalizzazione. Ed è proprio per questo che si fa di tutto
per esportare di più. Confortante il caso del nostro vino che seppur secondo
alla Francia, ha aumentato del 20% l’export in Cina, dove è considerato un
prodotto di lusso per le generazioni dei nuovi ricchi.
mercoledì 9 dicembre 2015
Alimentazione e salute: carne, è davvero pericolosa?
Il lancio a Cuneo delle Fassonerie doc
La carne. Fa bene, fa male? Le opinioni sono
contrastanti, ma intanto cresce (il 7% degli italiani) il popolo vegano,
neanche vegetariano, quello che fa a meno anche di uova e formaggi, per
intenderci. Ma la salute ci guadagna davvero? Oppure, al netto di pesticidi e
di farine animali con le quali si nutrirebbero gran parte delle nostre mucche
invece di mandarle al pascolo, la Dieta mediterranea che raccomanda di mangiare
carne due volte la settimana e pesce una, con abbondanti contorni di verdura e
di frutta a fine pasto, non sarebbe la soluzione migliore? Dietisti e nutrizionisti
sono concordi: d’altronde l’Italia, che si ciba in gran parte così, e il
Giappone, la cui alimentazione è basata su riso, vegetali e pesce al vapore,
sono i Paesi più longevi al mondo. Insomma le proteine nelle quali ci sono
parti di acido desossiribonucleico non possono mancare in una dieta sana soprattutto
dopo lo svezzamento per i più piccoli.
D’altra parte è anche vero che le farine animali
date in pasto alle vacche e ai manzi hanno fatto scoppiare anni addietro il
caso “mucca pazza”, che ha imposto l’origine della carne in etichetta - quella
di mucca pazza proveniva dall’Inghilterra - per riscoprire l’allevamento al
pascolo e la carni più buone. Tra queste un posto d’onore spetta alla carne di
razza piemontese, la celebre Fassona. Questo
autunno durante “I Sapori della Carne”, Salone gastronomico dedicato proprio a
queste bestie, sono state lanciate le Fassonerie, nella zona di Cuneo (località
Ronchi), una specie di indicazione di origine protetta dell’allevamento. E
subito i partecipanti si sono sfidati in un’originale sfida tra le migliori
battute al coltello, condotta dal critico enogastronomico Paolo Massobrio.
martedì 8 dicembre 2015
Cresce l'export del nostro agrifood
Sale, secondo dati Istat,
significativamente nel primo semestre di quest’anno, l’esportazione di
agroalimentare, che ha raggiunto più 18 mld di euro, un risultato in aumento di
oltre 8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2014. Il Ministero
per le politiche agricole investirà 70 mln di euro nei prossimi tre anni per
sostenere le esportazioni che già adesso si attestano a 36 mld di euro all’anno
che si spera arriveranno in tre anni a 54. A giugno, inoltre, il mercato
Usa ha fatto registrare un +29%, con vendite che nei sei mesi superano 1,7
miliardi di euro. “Sono numeri record, che danno la dimensione della potenza
che l'Italia esprime in questo settore e ci raccontano la forza di un tessuto
fatto da centinaia di migliaia di piccole imprese che si mettono in gioco e
puntano a conquistare i mercati mondiali. I consumatori di tutto il mondo
cercano l'Italia a tavola, vogliamo aiutare i produttori a coprire questo
fabbisogno con i veri prodotti italiani". Così il Ministro delle politiche
agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina, ha commentato i dati. La battaglia
contro le imitazioni sta dando i suoi frutti soprattutto nel comparto de
formaggi Dop dove tutto si attendono scompaia l’odiato “parmesan”, italian
sounding che ha un fatturato di tutto rispetto sottratto al nostro Parmigiano
Reggiano Dop.
Secondo Afidop, l’Associazione
Formaggi Italiani DOP e IGP creata da Assolatte, Confcooperative e dai Consorzi
di tutela per sviluppare l’informazione, la promozione, la valorizzazione e la
tutela dei formaggi italiani a denominazione di origine, l’export è cresciuto
nell’ultimo anno del +5,5% (per un controvalore di 1mld e 400 mln di euro).
Attualmente Afidop raggruppa 25 formaggi DOP che rappresentano quasi il 50%
della produzione casearia totale nazionale e il 99% della produzione DOP
italiana.
In testa, tra le destinazioni, l‘
Europa (Germania, Francia e Inghilterra), USA e Canada. Ma è in forte crescita
anche l’Oriente (Cina, Corea e Giappone) dei nuovi ricchi interessati a
prodotti di qualità che fanno status.
Il fatturato interno alla
produzione ammonta a 3,9 mld, mentre il fatturato al consumo supera i 5 mld di
euro. Nel 2014 la produzione italiana di formaggi a denominazione ha raggiunto
quota 498mila tons, che corrispondono a circa il 40% del totale delle
produzioni alimentari certificate. I rappresentanti Afidop, presenti a Expo,
hanno partecipato settimana scorsa all’incontro di Bruxelles fra gli
stakeholder UE e USA per i negoziati TTIP, il commercio alimentare d’Oltreatlantico,
volti al riconoscimento delle denominazioni di origine da parte degli Stati
Uniti.
Negli Usa infatti, oltre
ad accettare che il formaggio venga prodotto con polvere di latte anziché con
il latte, si vendono tante nostre Dop imitate con la forza di un nome che è
entrato a far parte dei nomi “comuni”, come il pecorino. Che sia quello sardo,
toscano, o romano, l’origine non importa e nemmeno la denominazione di origine
protetta dalla Ue. Qualche anno fa il Consorzio di tutela di quello romano
aveva brevettato il nome e deposto il brevetto negli Usa proprio per evitare
questo fenomeno, ma gli effetti di tale azione legale non si sono fatti
sentire.
L’italian sounding costa
complessivamente all’Italia 60 mld di euro. Il comparto dei formaggi è quello
che più ne risente perché ne siamo, insieme alla Francia, i maggiori produttori
ed esportatori. Anche il fatto che il latte sia pagato alla stalla solo 35 cent
(adesso con l’intervento del Mipaaf Lactalis, la multinazionale francese del
latte lo paga 41 cent) scoraggia ii produttori della materia prima a continuare a lavorare nelle stalle perché
sono messi in ginocchio dalla concorrenza estera (arriva latte fresco anche
dalla Germania) e dalla questione delle multe per le quote latte che non sono
state ancora tutte pagate e per le quali il Mipaaf ha messo sul piatto 120 mln
di euro per i prossimi 3 anni.
E così, nonostante tutto
l’impegno profuso da organizzazioni come Slow Food che con i suoi Presidi e con
le manifestazioni come Cheese ha cercato di mettere in luce anche piccole
nicchie produttive eccellenti di grande valore, la nostra produzione non è
abbastanza valorizzata o almeno non come dovrebbe esserlo. Nonostante ciò
l’industria di trasformazione (riunita in Assolatte e adesso in Afidop per
avere maggiore forza) continua nelle sue campagne di promozione e sostegno alla
produzione. A questo proposito ha anche ospitato recentemente a Expo i delegati
alla sicurezza alimentare di tutto il mondo per offrire la garanzia delle
qualità igienico sanitarie dei suoi prodotti. Un impegno profuso in un momento
in cui con la concorrenza di Paesi stranieri anche in campo alimentare,
l’intero mondo del cibo non è esente da scandali legati alle imitazioni o alle
false denominazioni di origine.
venerdì 6 novembre 2015
Il cibo e il suo futuro
Ora che l’Oms lancia l’allarme
cancro per un’alimentazione basata su carne
e insaccati, cambiano i tempi, che tra l’altro ci hanno resi più longevi,
grazie alla ricerca scientifica, ma le regola di una sana alimentazione sono le
stesse. Negli anni Settanta si chiamava macrobiotica ed era patrimonio della
controcultura. Oggi si chiama biologico, il 10% delle terre coltivate, o
biodinamico. E si tratta di favorire il metabolismo con una dieta sana che
favorisca l’ambiente e gli animali. Non vegetarianesimo puro e semplice, che
gli eccessi sempre nuociono, ma un insieme di norme e regole senza fare largo
uso di ormoni, pesticidi chimici e additivi. Principi di biologico e
biodinamico sono sostenere la biodiversità contrastando le grandi monocolture e
praticando pratiche antiche quali il riposo della terra e il sovescio. Ossia
girare la terra per concimarla con elementi naturali e ruotare le colture per
non avere sempre lo stesso prodotto ma arricchire la varietà di prodotti che la
terra può dare. Con questi metodi si producono cibi naturali e sani, anche se
più costosi degli altri, e si favorisce una dieta basata su cereali, vegetali,
legumi, come insegnava l’antica saggezza dell’Estremo Oriente e in Giappone
fanno ancora oggi, vedi i fagioli azuki, la soya, il ramen, il miso e i vari tipi
di verdura, pesce e the (bancha, oolong, nero, verde) e caffè senza caffeina
(bardana, dendelio). Non per niente il padiglione del Giappone a Expo è stato
il più premiato anche se pensiamo il meno visto data la coda di anche parecchie
ore per entrarvi. Noi in compenso
abbiamo la dieta mediterranea: verdure, olio, pesce, pasta, anche integrale, e
Slow Food ha inventato il sistema dei Presìdi, poi esportato in tutto il mondo
con Terra Madre, con i quali si difendono ben precisi metodi di produzione
naturali come sono stati tramandati tradizionalmente. Anche qui un’operazione
complessa e costosa di cui si vedono gli esiti positivi appena adesso, che ad
una generazione di persone che hanno studiato legge o lettere, si sta
sostituendo una generazione di giovani, anche laureati, magari in Scienze dell’Alimentazione,
che tornano alla terra dei padri apportandovi tutte le novità che si sono
sviluppate negli ultimi trent’anni. Macchinari di nuova generazione, sementi
non ogm, apparecchi per sondare lo stato del clima e del terreno e per
trasformare i rifiuti in materiale riutilizzabile. La sostenibilità, in una
parola, è la scommessa futura dell’agricoltura, ma solo a patto di non farsela “scippare”
dagli accordi TTip con gli Usa che determinerebbero l’accesso al nostro mercato
di prodotti americani “italian sounding” che poco di italiano hanno davvero. Le
nostre leggi e norme, quanto a derivazione di un prodotto, tipicità e tradizione,
sono molto più stringenti:, si vedano i disciplinari di Bruxelles delle Dop e
delle Igp, i prodotti a denominazione di origine che finora ci hanno permesso
di mangiare cibi controllati e “d’autore”. Adesso viviamo un mondo tutto in
movimento in cui la parola d’ordine è globalizzazione. Ed è proprio per questo
che si fa di tutto per esportare di più. Confortante il caso del nostro vino
che seppur secondo alla Francia, ha aumentato del 20% l’export in Cina, dove è
considerato un prodotto di lusso per le generazioni dei nuovi ricchi.
martedì 3 novembre 2015
Zuppa di miso
Il consumo proteico e i suoi
effetti collaterali e i legumi come alternativa alla carne. Consigli e
polemiche in epoca di allarmi dell’Oms sono alla ribalta proprio i questi giorni che si è celebrato il cibo ad Expo in tutte le sue declinazioni, compreso l'hamburger di coccodrillo. Per me, e non soltanto per me, visto che il suo padiglione è stato proclamato il migliore a Expo, la cucina giapponese è una delle più sane al mondo. Me lo conferma mia nipote che lì ci vive e che mi ha detto di mangiare tanta verdura.
L'altra volta vi ho parlato del miso, vero best di questa gastronomia. Ora vi do la ricetta di come prepararne una zuppa particolarmente indicata per i mesi invernali (e da bandire in quelli estivi perché piuttosto salata). Dunque, vediamo, per due porzioni ci vogliono due o più cucchiai di miso, cipolla, cavolfiore, carota, un cucchiaio di olio di sesamo, due tazze d'acqua, un pizzico di sale marino. Far saltare nell'olio i vegetali tagliati a pezzettini per circa dieci minuti, direttamente nella pentola che userete per la zuppa. Aggiungere mezza tazza d'acqua e far bollire; coprire, abbassare la fiamma e dopo circa dieci minuti tiratene fuori un po' con un mestolo. Scioglieteci il miso e continuate a mescolare lentamente qualche minuto ancora. Dopo di che spegnete il gas ma servite la zuppa dopo averla fatta riposare per cinque minuti circa. Se volete, per semplificare, potete aggiungere l'acqua tutta in una volta. Come abbiamo già visto il miso non deve essere cotto né tantomeno bollito, altrimenti perderebbe tutte le sue proprietà nutritive. Durante gli ultimi minuti di cottura, potete aggiungere un cucchiaino di tahin (burro di sesamo); inoltre, per cambiare sostituite di tanto in tanto le verdure: potete usare crescione, lattuga, rape, indivia, sedano ecc.
L'altra volta vi ho parlato del miso, vero best di questa gastronomia. Ora vi do la ricetta di come prepararne una zuppa particolarmente indicata per i mesi invernali (e da bandire in quelli estivi perché piuttosto salata). Dunque, vediamo, per due porzioni ci vogliono due o più cucchiai di miso, cipolla, cavolfiore, carota, un cucchiaio di olio di sesamo, due tazze d'acqua, un pizzico di sale marino. Far saltare nell'olio i vegetali tagliati a pezzettini per circa dieci minuti, direttamente nella pentola che userete per la zuppa. Aggiungere mezza tazza d'acqua e far bollire; coprire, abbassare la fiamma e dopo circa dieci minuti tiratene fuori un po' con un mestolo. Scioglieteci il miso e continuate a mescolare lentamente qualche minuto ancora. Dopo di che spegnete il gas ma servite la zuppa dopo averla fatta riposare per cinque minuti circa. Se volete, per semplificare, potete aggiungere l'acqua tutta in una volta. Come abbiamo già visto il miso non deve essere cotto né tantomeno bollito, altrimenti perderebbe tutte le sue proprietà nutritive. Durante gli ultimi minuti di cottura, potete aggiungere un cucchiaino di tahin (burro di sesamo); inoltre, per cambiare sostituite di tanto in tanto le verdure: potete usare crescione, lattuga, rape, indivia, sedano ecc.
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mercoledì 14 ottobre 2015
Miso, dal Giappone il cibo più yang
In Giappone, è ormai noto,
mangiano il miso. Il miso è uno dei migliori alimenti mai inventati dall’uomo. Visitare
il Padiglione del Giappone a Expo per credere. E’ un composto di cereali, sale
marino, semi di soya cotti e acqua, maturato e fatto riposare per almeno due
anni. Il tempo di conservazione, il sale, i vegetali che contiene ne fanno un
alimento che ha un valore nutritivo molto più alto dei suoi originali
componenti. Si usa soprattutto nelle zuppe, come condimento su tutti i piatti
di cereali, spalmato sul pane. Non fatelo mai bollire né riscaldatelo troppo
perché perderebbe tutto il suo valore nutritivo. Secondo alcuni, una sana e
corretta alimentazione si basa sui cereali, vegetali, legumi, cruditè in base
ai principi orientali dello yin, acido, e dello yang, sostanze alcalinizzanti.
Meglio non mangiare carne o comunque pollame da allevamento a terra. Sono ammessi
formaggi e uova ma in minima quantità. Una volta questo regime alimentare si
chiamava macrobiotica ed era per tutti, oggi si chiama biologico o biodinamico
ed è per pochi visto i prezzi che ha.
Nei prossimi due post le
ricette con il miso, che sono particolarmente indicate nei mesi invernali.
lunedì 10 agosto 2015
La cli-fiction di Expo
Tre sere all'Expo, al costo del biglietto di 5 euro ciascuna, ci stanno. Con questo caldo di più però non ce la si fa. Non invidio chi ci passa la giornata intera, almeno fino a fine settembre-ottobre. Eppure il flusso è continuo, la coda lunghissima, i tornelli come all'aeroporto, con il cestello dove mettere la borsa e il passaggio sotto i raggi ics. Poi c'è da mettere il biglietto sotto un apparecchio che lo legge e finalmente ci siamo, accolti dalla scritta "Divinus halitus terrae" che poi alla fine oltre alla traduzione letterale (Divino alito della terra) non so neanche cosa voglia dire, ma mi hanno detto che dentro ci sono cassetti chiusi con dentro le sementi e la riproduzione della Pangea, quando tutti i continenti erano uniti. Ma in genere questo passaggio si salta perché si viene attratti dalle statue a sinistra, quelle che portano al Decumano e che nella loro imponenza si fanno notare per forza finché non si capisce che hanno la testa da crapuloni tipo Gargantua e Pantagruel della saga francese dei mangioni e che rappresentano ciascuno con la sua raffigurazione sul volto, la pasta, il vino, il pomodoro, la frutta, il pesce, la carne. Insomma proprio brutte, da Medioevo quello tosto, quando queste cose c'erano già, ma i poveri non le potevano mangiavano, e i feudatari comandavano la terra.
Con questo bel viatico si accede al Decumano e ai padiglioni che la sera dalle 7 alle 9 sono aperti e poi fino alle 11 fanno festa, Albero della Vita con luci e suoni compreso. Non avendo ben compreso i cluster (caffè, cacao, riso, biomediterraneo, spezie e legumi, terre aride) del quale è ben esperta mia nipote che si fa mettere sul suo "passaporto" di Expo (sì esiste anche questo) tutti i timbri possibili (e dire che in tutto i Paesi ospitati sono 145), i padiglioni migliori secondo me sono quelli dell'Arabia, del Quatar, quello con il cesto che si vede dall'autostrada, di Israele, il padiglione Italia, l'Austria, la Slovacchia e altri dei Paesi ex satelliti dell' ex Unione Sovietica, ma anche quello della Russia ha il suo bel perché. Il Padiglione Italia è Amazing, ashtoning, e non ve lo descrivo per non togliervi la sorpresa, di più non potevamo davvero fare, ma quaranta minuti di coda sotto il sole bollente prima di entrare non te lo fa apprezzare molto. Dentro c'è anche Peck e un negozio che sembra quello degli aeroporti, con souvenir a prezzi impraticabili. Anche Israele vende, il sale del Mar Morto, e te lo fa provare con uno scrub sulle mani. Dopo, un po' di cremina, e la pelle è liscia come non mai. Ma anche qui taccio sul prezzo per non sembrare tirchia o incapiente, come si dice oggi. Ogni padiglione, visti un po' da fuori quelli di Germania e Giappone perché alle 9 chiudono, fa festa con musica e anche ballo e karaoke. Nei pressi di Belgio e Olanda si beve birra e si mangiano le fries, patatine fritte, e c'è anche una piscina. Nei corsi d'acqua tra Cascina Triulza e un'altra cascina che non ho ben capito come si chiama ci sono anatroccoli e qualche pesce d'acqua dolce. Per mangiare si va da Eataly, dai 12 ai 15 euro un piatto senza bevanda, ma tanto ci sono le case dell'acqua dove fare rifornimento gratis, e noi abbiamo puntato sulle regioni del Sud, tagliatelle al tartufo delle Marche e un'altra volta pasta alle vongole della Campania. Tutto ottimo, compreso il chinotto e il caffè, che però è migliore da illy. Per il resto si può anche mangiare gelato a volontà, oppure concedersi una cena da chef stellati, 3 portate con bevande e caffè 75 euro o due a 35, nel padiglione di Identità Golose, la cucina d'autore ideata da Paolo Marchi. Poi fattasi sera più tarda, si balla o si canta al karaoke. Oltre ai giovani che vengono dai dintorni per passare la serata, ci sono coppie in vacanza che si concedono la cena di lusso o credono davvero che siamo lì per "nutrire il pianeta", e famiglie con passeggino passepartout, nel senso che si infili un bimbo nella carrozzella hai il passaggio agevolato garantito.
L'impressione generale? E anche particolare? Una grande Disneyland, e difatti "foody" la mascotte di Expo è stata disegnata dall'équipe della Disney, il tutto è sponsorizzato da Coca Cola e McDonalds e i padiglioni sembrano uffici turistici di viaggio. Tutti ti aspettano da loro la prossima vacanza, o la prossima Expo. E tutti vengono anestetizzati dal mondo delle merci, delle commodity, quali sono diventati i cibi di ogni nazione e a qualsiasi cultura appartengano, perché tutto è stato appiattito più che sul diritto a non morire di fame, sulla ricerca dell'acqua, della quale con questi inverni ed estati siccitose siamo sempre più carenti, ma in un'ottica più da cli-fiction, la climate fiction che ha sostituito la science fiction, fantascienza, che da un reale senso di solidarietà. D'altra parte anche questa Expo, che si poteva benissimo fare in internet, come suggeriva Beppe Grillo, senza asfaltare terra da destinare piuttosto a coltivazioni, è tutta basata sull'immagine, in senso stretto e in senso lato. Video, filmati e ologrammi. Con qualche orto e pianta a fare da contorno. Sembra che solo Slow Food e il Barhein abbiano impostato la loro presenza su piante che davvero in questi sei mesi daranno i loro frutti e si potranno raccogliere, facendone gelato o altro in presenza del pubblico.
Con questo bel viatico si accede al Decumano e ai padiglioni che la sera dalle 7 alle 9 sono aperti e poi fino alle 11 fanno festa, Albero della Vita con luci e suoni compreso. Non avendo ben compreso i cluster (caffè, cacao, riso, biomediterraneo, spezie e legumi, terre aride) del quale è ben esperta mia nipote che si fa mettere sul suo "passaporto" di Expo (sì esiste anche questo) tutti i timbri possibili (e dire che in tutto i Paesi ospitati sono 145), i padiglioni migliori secondo me sono quelli dell'Arabia, del Quatar, quello con il cesto che si vede dall'autostrada, di Israele, il padiglione Italia, l'Austria, la Slovacchia e altri dei Paesi ex satelliti dell' ex Unione Sovietica, ma anche quello della Russia ha il suo bel perché. Il Padiglione Italia è Amazing, ashtoning, e non ve lo descrivo per non togliervi la sorpresa, di più non potevamo davvero fare, ma quaranta minuti di coda sotto il sole bollente prima di entrare non te lo fa apprezzare molto. Dentro c'è anche Peck e un negozio che sembra quello degli aeroporti, con souvenir a prezzi impraticabili. Anche Israele vende, il sale del Mar Morto, e te lo fa provare con uno scrub sulle mani. Dopo, un po' di cremina, e la pelle è liscia come non mai. Ma anche qui taccio sul prezzo per non sembrare tirchia o incapiente, come si dice oggi. Ogni padiglione, visti un po' da fuori quelli di Germania e Giappone perché alle 9 chiudono, fa festa con musica e anche ballo e karaoke. Nei pressi di Belgio e Olanda si beve birra e si mangiano le fries, patatine fritte, e c'è anche una piscina. Nei corsi d'acqua tra Cascina Triulza e un'altra cascina che non ho ben capito come si chiama ci sono anatroccoli e qualche pesce d'acqua dolce. Per mangiare si va da Eataly, dai 12 ai 15 euro un piatto senza bevanda, ma tanto ci sono le case dell'acqua dove fare rifornimento gratis, e noi abbiamo puntato sulle regioni del Sud, tagliatelle al tartufo delle Marche e un'altra volta pasta alle vongole della Campania. Tutto ottimo, compreso il chinotto e il caffè, che però è migliore da illy. Per il resto si può anche mangiare gelato a volontà, oppure concedersi una cena da chef stellati, 3 portate con bevande e caffè 75 euro o due a 35, nel padiglione di Identità Golose, la cucina d'autore ideata da Paolo Marchi. Poi fattasi sera più tarda, si balla o si canta al karaoke. Oltre ai giovani che vengono dai dintorni per passare la serata, ci sono coppie in vacanza che si concedono la cena di lusso o credono davvero che siamo lì per "nutrire il pianeta", e famiglie con passeggino passepartout, nel senso che si infili un bimbo nella carrozzella hai il passaggio agevolato garantito.
L'impressione generale? E anche particolare? Una grande Disneyland, e difatti "foody" la mascotte di Expo è stata disegnata dall'équipe della Disney, il tutto è sponsorizzato da Coca Cola e McDonalds e i padiglioni sembrano uffici turistici di viaggio. Tutti ti aspettano da loro la prossima vacanza, o la prossima Expo. E tutti vengono anestetizzati dal mondo delle merci, delle commodity, quali sono diventati i cibi di ogni nazione e a qualsiasi cultura appartengano, perché tutto è stato appiattito più che sul diritto a non morire di fame, sulla ricerca dell'acqua, della quale con questi inverni ed estati siccitose siamo sempre più carenti, ma in un'ottica più da cli-fiction, la climate fiction che ha sostituito la science fiction, fantascienza, che da un reale senso di solidarietà. D'altra parte anche questa Expo, che si poteva benissimo fare in internet, come suggeriva Beppe Grillo, senza asfaltare terra da destinare piuttosto a coltivazioni, è tutta basata sull'immagine, in senso stretto e in senso lato. Video, filmati e ologrammi. Con qualche orto e pianta a fare da contorno. Sembra che solo Slow Food e il Barhein abbiano impostato la loro presenza su piante che davvero in questi sei mesi daranno i loro frutti e si potranno raccogliere, facendone gelato o altro in presenza del pubblico.
venerdì 17 luglio 2015
Umami, quinto sapore
L'umami è il quinto sapore scoperto nel 1903 da un giapponese. In soldoni è il sapore del glutammato di sodio, quello dei dadi da brodo, ma si trova anche in alcune alghe ed è da lì che è partita la ricerca. Adesso se ne parla a Expo, con l'intervento di autorevoli studiosi e di alcuni chef stellati giapponesi che lavorano in Italia e chef italiani che lavorano in Giappone. Noi siamo abituati a percepire il dolce, il salato, l'acido e l'amaro ed è su questi gusti che basiamo il nostro modo di fare cucina, di apprezzare le caratteristiche gustative dei prodotti, di suddividere quello che mangiamo come primo, come secondo, e come dolce o frutta. O di fare gli abbinamenti tra cibi e vini. Adesso, grazie, alla globalizzazione impareremo a gustare anche questo quinto sapore che è quello per esempio che fa preferire a certi bambini i piselli agli spinaci. Anche se ci sono bambini che i piselli non li mangerebbero mai e fanno invece grosse scorpacciate di spinaci. Ogni affermazione che si fa sul cibo dovrebbe essere passata al vaglio della psicologia e non solo delle sensazioni gustative, perché il cucinare delle mamme è un atto d'amore e attraverso quello che mangiano o rifiutano di mangiare i bambini si capiscono le loro richieste d'affetto o il loro desiderio di fare parte del "branco" in età adolescenziale. Crescita a parte, l'umami è stato isolato nel 1908 da un chimico giapponese da un brodo d'alghe konbu e si potrebbe chiamare anche sapore di saporito! Su queste basi non a tutti può piacere, ma un condimento, il sale di sodio glutammato (MSG), con il suo gusto è già in commercio e la produzione attuale si avvia attorno al milione di produzione di tonnellate annue.
lunedì 29 giugno 2015
Piace il padiglione della Corea
L'avevo già sentito, anche se non so il perché dato che non l' ho visto, ma pare piaccia molto il padiglione della Corea. Forse per i cibi insoliti che presenta. E anche quello del Giappone, ma questo non stupisce perché la cultura giapponese, e il cibo, sushi e sashimi, sono molto amati qui da noi. Per il resto, notano tutti i commentatori, c'è molta attenzione e stupore per il Padiglione Italia, dove si cammina su un pavimento di vetro, e l'Albero della Vita, definito Amazing, stupefacente.
Per il resto adesso danno due biglietti omaggio a chi parcheggia subito fuori, ma il parcheggio è costosissimo. Quindi si preferiscono i mezzi pubblici.
Intanto, secondo una ricerca Nielsen, crescono gli investimenti pubblicitari delle aziende presenti, soprattutto in tv, giornali, web e radio. Ma non si sa ad ora quanti incontri d'affari si siano conclusi, pur con tutto il nostro sforzo per pubblicizzare e diffondere nei Paesi emergenti, il famoso Bric, Brasile, India e Cina, il made in Italy.
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