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martedì 6 aprile 2021

La ricetta della pastiera con l'olio di bergamotto

Il Bergamotto, vanto della terra di Calabria, torna a chiedere il riconoscimento dell’Igp (indicazione geografica protetta) dopo la modifica del nome a una famosa caramella francese diventata “Bergamotte de Nancy” che a dire dell’Accademia si avvicina troppo al frutto calabrese. Esiste comunque sempre una Dop (denominazione di origine protetta) che tutela però solo l’olio essenziale. Le indicazioni geografiche protette garantiscono che un certo prodotto abbia subito parte della sua lavorazione nella terra di origine. Le denominazione stanno invece ad assicurare che tutte le fasi della produzione, dalla raccolta al prodotto finito siano esclusivamente di un solo territorio. Con l'olio essenziale si profumano i dolci come i casatielli o la pastiera napoletana. Quest'ultima di consuma a Pasqua ed è fatta con grano cotto (al supermercato lo si trova già pronto), ricotta, farina doppio 00 per la frolla, tuorli di uova e scorza di arancia, limone o appunto olio essenziale di bergamotto. Dopo aver steso la frolla con un mattarello la si pone in una tortiera tonda con i bordi unta di burro e cosparsa di farina. In una terrina si mescolano grano cotto, farina, uova e le scorze dei frutti. Con parte della frolla si tagliano delle listarelle che andranno posta sopra l'impasto a losanghe. Infornate per 2 ore a 160°C e assicuratevi che sia ben cotta con la punta di una forchetta. 

 

giovedì 31 dicembre 2020

Una riflessione sul cambiamento climatico e le risorse idriche che scarseggiano

Domani sarà il primo giorno del nuovo Anno che auguro sereno a tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri via mail e anche ai miei lettori. Un anno, soprattutto, che porti via la minaccia della pandemia, con tutta la popolazione vaccinata entro l'estate (e pochi e isolati no vax). Lascio indietro il più che pessimo 2020 con le considerazioni che vi propongo in questo post, anche in considerazione del fatto che come blogger mi sono sempre proposta quale critica della (in)civiltà dei consumi e come fautrice di un modo più equilibrato di lasciare la nostra impronta sul pianeta che ci ospita (e che adesso non ce la fa più). 

Il surriscaldamento globale, con le conseguenze sul meteo, come l’aumento di CO2, il buco nell’ozono e la tropicalizzazione del clima, ha effetti nefasti non solo per l’aria che respiriamo e sulle specie viventi, ma anche sulla nostra principale fonte di sostentamento: la terra.

In questo quadro è cosa nota la corsa alla de carbonizzazione dell’energia. Che in Italia si prevedeva avvenire entro il 2025, poi il 2030 e adesso il 2050. Così la terza rivoluzione industriale è affidata al New Green Deal. Che parte dalla consapevolezza dei Paesi a vocazione agricola ed esportatrice. Come il nostro. Che con la sua grande biodiversità, con il primato nel biologico, seconda solo agli Usa, e con le sue oltre 200 Dop e Igp nei prodotti alimentari, può fare la differenza nell’ Unione Europea.

Al cui interno, con lo scambio  di conoscenze anche in campo energetico, si è arrivati a produrre energia alternativa. Proveniente da fonti rinnovabili non fossili: “energia eolica, solare, aerotermica, geotermica, idrotermica, oceanica, idraulica, biomassa, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas”, come si legge sul sito www.enea.it. Anche se non tutta di questa è pulita: gas di discarica e gas residuati dai processi di depurazione, per esempio, sono la nuova frontiera delle ecomafie.

In base a teorie ormai largamente condivise, verificate con metodo sperimentale, la temperatura sul nostro pianeta si sta alzando di qualche grado di troppo. Per esempio in Australia e in Siberia, quest’ultima simbolo, quando se ne deportavano gli oppositori di Stalin, di temperature più che ampiamente sotto lo zero, e che adesso stanno letteralmente bruciando.

Si alzano così i livelli dei mari, scompaiono larghi tratti di costa, laghi e fiumi diventano salati. Il Mediterraneo, culla della nostra civiltà, esonda. Sarà arrivato il momento di prefigurare un “nuovo comunismo della solidarietà”, invocato dal filosofo cristiano ateo come me, Slavoj Zizek in Virus, Ponte alle Grazie, 28 pp., 3.99 euro, e-book, 2020, dettato anche dalla necessità di combattere il Covid-19? Esempi di conversione ad un’economia verde già esistono.

Come quelli, oltre ai pannelli solari e le contestatissime pale eoliche, dei sottoprodotti dell’ agricoltura. Mentre l’azienda del pomodoro Mutti, per esempio, ha inaugurato nei mesi scorsi la sua Instafactory, un impianto mobile di lavorazione sui campi del prodotto che lo coglie nell’istante esatto della sua maturazione.

Mentre però si stanno sperimentando tutte queste soluzioni intelligenti per un’agricoltura più sana, si dimentica, o si fa finta di dimenticare che i prodotti che portiamo in tavola sono raccolti dagli “ultimi della terra”. Immigrati che vivono in condizioni insostenibili e vengono pagati pochissimo, mentre il frutto del loro sudatissimo e non riconosciuto a livello sindacale lavoro, ma solo dalle leggi del caporalato, viene rivenduto nella grande distribuzione organizzata e dall'e commerce, da cui adesso siamo dipendenti perché il cibo è l’unico acquisto essenziale che ci fa uscire di casa anche con la pandemia, a prezzi molto più alti del costo. Il ricavato va a rimpinguare le loro casse e mette poveri contro poveri. Cioè gli immigrati sottopagati contro i pensionati che si possono permettere solo prodotti sottocosto. 

 

 

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I tanti perché del calo del vino spumante

Con il crollo dell’horeca causa lockdown e Brexit, l’anno 2020 del vino italiano si sta per chiudere con il risultato economico peggiore degli ultimi 30 anni, dopo gli ultimi 6 di grande crescita soprattutto per le bollicine made in Italy, diventate le più prodotte, le più esportate e le più consumate nel mondo. Furono 75/76 mln i tappi volati lo scorso anno, saranno 66/67 oggi (-11,8% in media).

Secondo il direttore di Osve Ceves, Osservatorio Vini Spumanti, Giampietro Comolli oggi, e ancor più con la Brexit, molti sono i temi da dirimere sul tavolo della ministra del Mipaaf Teresa Bellanova. “Per il vino in particolare – dice – è fondamentale che tutti i decreti legge leghino in modo indissolubile l’erogazione di fondi alla certificazione, alla designazione in etichetta, al controllo qualità, alla sostenibilità di impresa”. Che è quanto dire fare dell’economia circolare anche sui vini. E continua: “qualsiasi euro pubblico erogato deve essere garantito dalla eco sostenibilità produttiva, di trasformazione, industriale, dei trasporti e della distribuzione commerciale, previo recupero dei fondi elargiti più una mora-sanzione alta.”

“Per esempio – osserva ancora - perché i 10 mln di euro che saranno destinati alla conservazione in botte, non vengono collegati con fattori di sostenibilità in cantina e in vigna e assegnati in base ai volumi delle certificazione Dop e Igp, rispettivamente denominazione e indicazione di origine protetta, e alla corretta dicitura in etichetta, invece che solo per l’ unica finalità aperta anche a chi acquista vino sfuso?”

Il brindisi di questo fine anno sarà virtuale, con consumi che abbandonano l’horeca, il più colpito dalla pandemia, mentre le bollicine domestiche non crollano. Oltre ai consumi tra le mura di casa, visto che non ci si può spostare, gli spumanti tengono anche come regalo. 

Diverse motivazioni, oltre ai lockdown, hanno inciso in modo determinante sul crollo di volumi e valori, pur facendo registrare nei primi 2 mesi dell’anno un risultato eccezionale con un +13% in valore e un +9% in volumi nell’export (anche in Uk). Purtroppo i dati relativi alle spedizioni e distribuzione in Italia degli ultimi mesi di consegne (ottobre-novembre) sono i più bassi di sempre. La previsione di un semi lockdown , si è avverato. Con le chiusure, seppur mirate, il settore horeca resta il più colpito, subito dopo il turismo e l’arrivo di stranieri in Italia, anche per le feste di fine anno, in grandi città d’arte e nelle stazioni sciistiche.

Solo negli ultimi 30 giorni dell’anno,” registriamo – conclude Comolli - un danno alla produzione di vini spumanti di € 60 mln/euro e un danno al consumo di oltre € 150 mln/euro. Un gap così alto fra produzione e consumo che deve far riflettere. Da qui il dato della perdita di circa 5 mld/euro di mancata spesa degli italiani e dei turisti che non ci sono, che vengono in Italia (2 su 3 adulti) soprattutto per l’enogastronomia. Un asset nazionale, quello eno-alimentare-gastronomico, che forse non è stato ancora collocato nella giusta dimensione e valore per il Paese Italia. Un danno reale che va ben oltre i ristori promessi e non ancora arrivati. Boom solo per l’e- commerce e la Gda, dove però sono stati svelati alcuni “trucchi”: per esempio perché la stessa bottiglia costava 19,90 euro prima del lockdown e 9,90 oggi che se ne vende meno? 

 

 

 

 

 

 

  

lunedì 19 ottobre 2020

Cambiamento climatico e risorse idriche che scarseggiano

Il surriscaldamento globale, con le conseguenze sul meteo, come l’aumento di CO2, il buco nell’ozono e la tropicalizzazione del clima, ha effetti nefasti non solo per l’aria che respiriamo e sulle specie viventi, ma anche sulla nostra principale fonte di sostentamento.

In questo quadro è cosa nota la corsa alla de carbonizzazione dell’energia. Che in Italia si prevedeva avvenire entro il 2025, poi il 2030 e adesso il 2050. Così la terza rivoluzione industriale è affidata al New Green Deal. Che parte dalla consapevolezza dei Paesi a vocazione agricola ed esportatrice. Come il nostro. Che con la sua grande biodiversità, con il primato nel biologico, seconda solo agli Usa, e con le sue oltre 200 Dop e Igp nei prodotti alimentari, può fare la differenza nell’ Unione Europea.

Al cui interno, con lo scambio  di conoscenze anche in campo energetico, si è arrivati a produrre energia alternativa. Proveniente da fonti rinnovabili non fossili: “energia eolica, solare, aerotermica, geotermica, idrotermica, oceanica, idraulica, biomassa, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas”, come si legge su www.enea.it. Anche se non tutta di questa è pulita: gas di discarica e gas residuati dai processi di depurazione, per esempio, sono la nuova frontiera delle ecomafie.

In base a teorie ormai largamente condivise, verificate con metodo sperimentale, la temperatura sul nostro pianeta si sta alzando di qualche grado di troppo. Per esempio in Australia e in Siberia, quest’ultima simbolo, quando se ne deportavano gli oppositori di Stalin, di temperature più che ampiamente sotto lo zero, e che adesso stanno letteralmente bruciando.

Si alzano così i livelli dei mari, scompaiono larghi tratti di costa, laghi e fiumi diventano salati. Sarà  arrivato il momento di prefigurare un “nuovo comunismo della solidarietà”, invocato dal filosofo Slavoj Zizek in Virus, Ponte alle Grazie, 28 pp., 3.99 euro, e-book, 2020, dettato anche dalla necessità di combattere il Covid-19? Esempi di conversione ad un’economia verde già esistono.

Come quelli, oltre ai pannelli solari e le contestatissime pale eoliche, dei sottoprodotti dell’ agricoltura, come vinacce e siero del latte. Mentre l’azienda del pomodoro Mutti ha inaugurato in questi giorni la sua Instafactory, un impianto mobile di lavorazione sui campi del prodotto che lo coglie nell’istante esatto della sua maturazione.

Mentre però si stanno sperimentando tutte queste soluzioni intelligenti per un’agricoltura più sana, si dimentica, o si fa finta di dimenticare che i prodotti che portiamo in tavola sono raccolti dagli “ultimi della terra”. Immigrati che vivono in condizioni insostenibili e vengono pagati pochissimo, mentre il frutto del loro sudatissimo e non riconosciuto a livello sindacale lavoro, ma solo dalle leggi del caporalato, viene rivenduto nella grande distribuzione organizzata, da cui adesso siamo dipendenti perché il cibo è l’unico acquisto essenziale che ci fa uscire di casa  anche con la pandemia, a prezzi molto più alti del costo. Il ricavato va a rimpinguare le loro casse e mette poveri contro poveri. Cioè gli immigrati contro i pensionati e i cassaintegrati che si possono permettere solo prodotti sottocosto.  

 

 

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giovedì 10 dicembre 2015

Le regole di una sana alimentazione


Ora che l’Oms lancia l’allarme cancro per un’alimentazione basata su carne  e insaccati, cambiano i tempi, che tra l’altro ci hanno resi più longevi, grazie alla ricerca scientifica, ma le regola di una sana alimentazione sono le stesse. Negli anni Settanta si chiamava macrobiotica ed era patrimonio della controcultura. Oggi si chiama biologico, il 10% delle terre coltivate, o biodinamico. E si tratta di favorire il metabolismo con una dieta sana che favorisca l’ambiente e gli animali.
Non vegetarianesimo puro e semplice, che gli eccessi sempre nuocciono, ma un insieme di norme e regole senza fare largo uso di ormoni, pesticidi chimici e additivi. Principi di biologico e biodinamico sono sostenere la biodiversità contrastando le grandi monocolture e praticando pratiche antiche quali il riposo della terra e il sovescio. Ossia girare la terra per concimarla con elementi naturali e ruotare le colture per non avere sempre lo stesso prodotto ma arricchire la varietà di prodotti che la terra può dare.
 Con questi metodi si producono cibi naturali e sani, anche se più costosi degli altri, e si favorisce una dieta basata su cereali, vegetali, legumi, come insegnava l’antica saggezza dell’Estremo Oriente e in Giappone fanno ancora oggi, vedi i fagioli azuki, la soya, il ramen, il miso e i vari tipi di verdura, pesce e the (bancha, oolong, nero, verde) e caffè senza caffeina (bardana, dendelio). Non per niente il padiglione del Giappone a Expo è stato il più premiato anche se pensiamo il meno visto data la coda di anche parecchie ore per entrarvi.  Noi in compenso abbiamo la dieta mediterranea: verdure, olio, pesce, pasta, anche integrale, e Slow Food ha inventato il sistema dei Presìdi, poi esportato in tutto il mondo con Terra Madre, con i quali si difendono ben precisi metodi di produzione naturali come sono stati tramandati tradizionalmente.
 Anche qui un’operazione complessa e costosa di cui si vedono gli esiti positivi appena adesso, che ad una generazione di persone che hanno studiato legge o lettere, si sta sostituendo una generazione di giovani, anche laureati, magari in Scienze dell’Alimentazione, che tornano alla terra dei padri apportandovi tutte le novità che si sono sviluppate negli ultimi trent’anni. Macchinari di nuova generazione, sementi non ogm, apparecchi per sondare lo stato del clima e del terreno e per trasformare i rifiuti in materiale riutilizzabile. La sostenibilità, in una parola, è la scommessa futura dell’agricoltura, ma solo a patto di non farsela “scippare” dagli accordi TTip con gli Usa che determinerebbero l’accesso al nostro mercato di prodotti americani “italian sounding” che poco di italiano hanno davvero.
 Le nostre leggi e norme, quanto a derivazione di un prodotto, tipicità e tradizione, sono molto più stringenti:, si vedano i disciplinari di Bruxelles delle Dop e delle Igp, i prodotti a denominazione di origine che finora ci hanno permesso di mangiare cibi controllati e “d’autore”. Adesso viviamo un mondo tutto in movimento in cui la parola d’ordine è globalizzazione. Ed è proprio per questo che si fa di tutto per esportare di più. Confortante il caso del nostro vino che seppur secondo alla Francia, ha aumentato del 20% l’export in Cina, dove è considerato un prodotto di lusso per le generazioni dei nuovi ricchi.

 

martedì 8 dicembre 2015

Cresce l'export del nostro agrifood


Sale, secondo dati Istat, significativamente nel primo semestre di quest’anno, l’esportazione di agroalimentare, che ha raggiunto più 18 mld di euro, un risultato in aumento di oltre 8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2014. Il Ministero per le politiche agricole investirà 70 mln di euro nei prossimi tre anni per sostenere le esportazioni che già adesso si attestano a 36 mld di euro all’anno che si spera arriveranno in tre anni a 54. A giugno, inoltre, il mercato Usa ha fatto registrare un +29%, con vendite che nei sei mesi superano 1,7 miliardi di euro. “Sono numeri record, che danno la dimensione della potenza che l'Italia esprime in questo settore e ci raccontano la forza di un tessuto fatto da centinaia di migliaia di piccole imprese che si mettono in gioco e puntano a conquistare i mercati mondiali. I consumatori di tutto il mondo cercano l'Italia a tavola, vogliamo aiutare i produttori a coprire questo fabbisogno con i veri prodotti italiani". Così il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina, ha commentato i dati. La battaglia contro le imitazioni sta dando i suoi frutti soprattutto nel comparto de formaggi Dop dove tutto si attendono scompaia l’odiato “parmesan”, italian sounding che ha un fatturato di tutto rispetto sottratto al nostro Parmigiano Reggiano Dop.

Secondo Afidop, l’Associazione Formaggi Italiani DOP e IGP creata da Assolatte, Confcooperative e dai Consorzi di tutela per sviluppare l’informazione, la promozione, la valorizzazione e la tutela dei formaggi italiani a denominazione di origine, l’export è cresciuto nell’ultimo anno del +5,5% (per un controvalore di 1mld e 400 mln di euro). Attualmente Afidop raggruppa 25 formaggi DOP che rappresentano quasi il 50% della produzione casearia totale nazionale e il 99% della produzione DOP italiana.

 

In testa, tra le destinazioni, l‘ Europa (Germania, Francia e Inghilterra), USA e Canada. Ma è in forte crescita anche l’Oriente (Cina, Corea e Giappone) dei nuovi ricchi interessati a prodotti di qualità che fanno status.

 

Il fatturato interno alla produzione ammonta a 3,9 mld, mentre il fatturato al consumo supera i 5 mld di euro. Nel 2014 la produzione italiana di formaggi a denominazione ha raggiunto quota 498mila tons, che corrispondono a circa il 40% del totale delle produzioni alimentari certificate. I rappresentanti Afidop, presenti a Expo, hanno partecipato settimana scorsa all’incontro di Bruxelles fra gli stakeholder UE e USA per i negoziati TTIP, il commercio alimentare d’Oltreatlantico, volti al riconoscimento delle denominazioni di origine da parte degli Stati Uniti.

 

Negli Usa infatti, oltre ad accettare che il formaggio venga prodotto con polvere di latte anziché con il latte, si vendono tante nostre Dop imitate con la forza di un nome che è entrato a far parte dei nomi “comuni”, come il pecorino. Che sia quello sardo, toscano, o romano, l’origine non importa e nemmeno la denominazione di origine protetta dalla Ue. Qualche anno fa il Consorzio di tutela di quello romano aveva brevettato il nome e deposto il brevetto negli Usa proprio per evitare questo fenomeno, ma gli effetti di tale azione legale non si sono fatti sentire.

 

L’italian sounding costa complessivamente all’Italia 60 mld di euro. Il comparto dei formaggi è quello che più ne risente perché ne siamo, insieme alla Francia, i maggiori produttori ed esportatori. Anche il fatto che il latte sia pagato alla stalla solo 35 cent (adesso con l’intervento del Mipaaf Lactalis, la multinazionale francese del latte lo paga 41 cent) scoraggia ii produttori della materia prima  a continuare a lavorare nelle stalle perché sono messi in ginocchio dalla concorrenza estera (arriva latte fresco anche dalla Germania) e dalla questione delle multe per le quote latte che non sono state ancora tutte pagate e per le quali il Mipaaf ha messo sul piatto 120 mln di euro per i prossimi 3 anni.

 

E così, nonostante tutto l’impegno profuso da organizzazioni come Slow Food che con i suoi Presidi e con le manifestazioni come Cheese ha cercato di mettere in luce anche piccole nicchie produttive eccellenti di grande valore, la nostra produzione non è abbastanza valorizzata o almeno non come dovrebbe esserlo. Nonostante ciò l’industria di trasformazione (riunita in Assolatte e adesso in Afidop per avere maggiore forza) continua nelle sue campagne di promozione e sostegno alla produzione. A questo proposito ha anche ospitato recentemente a Expo i delegati alla sicurezza alimentare di tutto il mondo per offrire la garanzia delle qualità igienico sanitarie dei suoi prodotti. Un impegno profuso in un momento in cui con la concorrenza di Paesi stranieri anche in campo alimentare, l’intero mondo del cibo non è esente da scandali legati alle imitazioni o alle false denominazioni di origine.
 

giovedì 2 luglio 2015

Acquisti green: anche gli hotel possono fare la loro parte

Portabandiera del riciclo, riuso e risparmio energetico a ogni livello, la catena di arredamenti Ikea, si fa anche portavoce degli “acquisti verdi”. Le lampadine a risparmio energetico, il frangiflutti per il rubinetto che perde, l’installazione di vasche per l’accumulo di acqua piovana per usi sanitari ed igienici. I pannelli fotovoltaici per l’assorbimento di energia solare, l’acquisto di prodotti di legno a marchio FSC per la salvaguardia delle foreste. L’uso di carta per impieghi igienici e sanitari, o per l’ufficio, riciclata. Gli alberghi dovrebbero tenerne conto. Oltre ad un notevole risparmio di risorse a tutti i livelli, anche economico, sono oggi un veicolo di comunicazione di notevole importanza. Trivago non li sponsorizza ma pensiamo a tutti i prodotti cosmetici, i saponi, i bagno schiuma e le creme biologiche, le sostanze parafarmaceutiche naturali che si stanno imponendo a ogni livello, nei nuovi negozi e sul web. Pensiamo anche al biologico, al vegano e al gluten free nel food. Ai prodotti con la soia e con il tofu, a quelli senza lattosio tra i quali vari yogurt come Provamel, biologico, senza zucchero e con pezzi di frutta. Al crudismo e a tutte le varie diete a base delle vitamine di frutta e verdura (Leni’s è in prima fila in questo settore con le fette di mela dell'Alto Adige sbucciate e lavate in buste da 80 e 400 g, con la sola aggiunta di vitamina C antiossidante). Pensiamo al pomodoro e all’anguria, un frutto adesso di stagione, che contengono licopene, una sostanza che combatte l'invecchiamento. Tutte proposte che si possono fare per la prima colazione. Non saranno "la panacea di tutti i mali", ma certo aiutano un organismo che genera allergie per il troppo stress (ricordate la pubblicità del Cynar, liquore a base di carciofo, contro il logorìo della vita moderna?) a ritrovare il suo naturale equilibrio. “Let’s move” e gli orti verticali sono altre due novità, introdotte in America, per contrastare lo junk food, cibo spazzatura. E riportare l’equilibrio tra chi nel Nuovo Mondo è obeso, ma sono i più poveri, perché al Mc Donald’s si mangia con poco, anche se adesso ha introdotto le insalate e i prodotti come lo speck e il Parmigiano a marchio Igp, e chi mangia troppo poco. I contadini del Sud del mondo, costretti a lavorare per pochi spiccioli e sottoposti al fenomeno del land grabbing (l’affitto delle loro terre per sfamare altre nazioni come la sempre più popolata Cina). Prendendo spunto da tutto questo movimento di ritorno alle materie prime naturali, anche gli alberghi possono fare la loro parte con acquisti mirati e con l’invito ai loro ospiti per esempio di non cambiare gli asciugamani tutti i giorni. Certo ci sono hotel e hotel,  e un 5 stelle non potrà mai avanzare una proposta di questo genere, ma tutti i piccoli accorgimenti salva sprechi e i materiali naturali: sedili e panchine in legno naturale, un bel terrazzo con tante piante, se l'hotel non ha il giardino, illuminazione a led, sono ormai sempre più apprezzati da ogni viaggiatore internazionale, soprattutto da quello abituato a spostarsi su voli no frills. Le controindicazioni? Questi prodotti, soprattutto il bio nella cosmesi e nell'alimentazione, sono spesso molto più cari di analoghi prodotti convenzionali. E spesso si sospetta che per esempio le patate biologiche siano tuberi su cui hanno spolverato sopra un po' di terra. Come sempre, non è tutto oro quello che luccica. Ma l'impegno per salvaguardare l'ambiente, il recupero e il riciclo contro gli sprechi e la deforestazione meritano un po' di impegno. Che non è certo quello della cucina degli avanzi che ammanniscono in certe trasmissioni televisive  sponsorizzate adesso da Expo, ma quella delle nostre madri, noi figlie degli anni Cinquanta, che ci hanno insegnato a non buttare via nulla.  




venerdì 26 giugno 2015

Dop e Igp cosa sono veramente?

D'accordo, Dop e Igp, ne abbiamo più di tutti gli altri Paesi d'Europa compresa la Francia, circa 260, ma cosa sono veramente? E  davvero concorrono alla diffusione del vero made in Italy nel mondo? Ho sentito in tv una giornalista davvero brava parlarne in occasione di Expo. In realtà, ha spiegato, le Dop e Igp non sempre sono garanzia della vera origine territoriale di un prodotto perché esistono, come in tanti campi in Italia, varie deroghe. Per esempio per tanti prodotti, che vanno dai salumi ai formaggi, possono essere di denominazione di origine protetta o di indicazione geografica protetta, questo vogliono dire le due sigle, anche prodotti che sono solo trasformati in loco, ma la materia prima proviene da fuori. Adesso poi, con gli accordi TTIP che intervengono in maniera più o meno segreta tra Europa e Stati Uniti d'America, potremmo essere invasi da una marea di prodotti alimentari d'Oltreoceano non conformi alle tante regole imposte dall'Unione Europea. Insomma, un bel pasticcio, in epoca di Expo 2015 di cui non si parla e che comunque non ci fa onore. Convincendomi sempre più che Expo è una Fiera come un'altra, una vetrina per la bella mostra dei capi di Stato, ma contenuti veri, pochini. Anche se alcuni padiglioni, per me che l'ho visitata, sono davvero scenografici. Ma sotto il vestito niente si diceva una volta. E poi una volta calato il sipario, rimarranno come sempre la globalizzazione e l'affacciarsi sul mercato di nuovi grandi Paesi anche non democratici, come la Cina, a dettare legge. Con tanti saluti ai contadini del Sud del mondo e al loro bisogno di microcredito. Che poi, anche il microcredito che si fa a loro costa a noi del Nord del mondo che non siamo ricchi in termini di maggiori prezzi sui prodotti perché i prodotti del commercio, come si chiamava fino a ieri, equo e solidale, sono piuttosto elevati. Insomma le solite guerre tra poveri. Mentre il mondo ricco è corrotto. E quello che sta a metà non si salva dalle tasse e dagli studi di settore.