La questione del prosecco e del Prosek che ha impegnato in questi giorni vari giornalisti, che si occupano di agricoltura e no, secondo me andrebbe ulteriormente approfondita. Intanto che di prosecco, vino bianco spumantizzato secondo metodo champenois, se ne vendano 500 milioni di bottiglie -d'accordo, in tutto il mondo - è un dato che andrebbe verificato attentamente. Essendo poi un vino bianco è meno pregiato dei vini rossi, tipo l'Amarone. E secondo me è poco possibile. Poi, per quanto riguarda il Prosek, questo è un vino dolce croato tipo malvasia, che non ha nulla a che fare con lo spumante. Che ci sia una questione di attribuzione della Doc è indubbio, ma è successo ai tempi anche con il Tocai, vino bianco che venne attribuito agli Ungheresi e il nostro Tocai dovette chiamarsi Friulano. Ma nessuno se ne ricorda più.
"diario sul cibo per chi non crede che il cibo sia cultura ma nutrimento e garantirlo a tutti sarebbe già un bel passo avanti...esistono 'il pane e le rose'…assicuriamo il pane a tutti perché tutti possano avere anche le rose…"
mercoledì 15 settembre 2021
lunedì 6 settembre 2021
Bene il rientro con il green pass e i vaccini
Siamo ormai tornati tutti dalle vacanze e sappiamo che sono state prese d'assalto, dopo il lockdown, le località di mare. Meno piene, invece, le città d'arte, anche se restano le mete preferite dagli stranieri, cinesi in primis. Si conferma inoltre un dato ultra conosciuto: gli stranieri ci amano per il nostro cibo. Dop e Igp in primis: prosciutto crudo di Parma e San Daniele, parmigiano reggiano, grana padano non sono stati a fare la muffa nelle cantine. Sono al primo posto delle pietanze consumate dai turisti, insieme alla nostra frutta e verdura, ai funghi (visto che siamo adesso in pieno periodo della loro raccolta) al tartufo (anch'esso si raccoglie ora) e all'uva che oltre ad essere pronta per la vendemmia è ottima anche da tavola. Adesso che ci si può sedere ai tavoli senza più regole e all'interno con il green pass i locali sono presi d'assalto. Non potranno più piangere sui mancati introiti. Anche se già da prima della pandemia avevano messo molto fieno in cascina. Anche il positivo andamento delle vaccinazioni ha fatto la sua parte. Pochi gli italiani che vi si sono sottratti.
lunedì 2 agosto 2021
COP26 e la riduzione del consumo di carne, pesce e latticini
A novembre, in Scozia, si svolgerà COP26, la ventiseiesima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite. Questo evento riunirà oltre 30.000 delegati, tra Capi di Stato, esperti di clima e attivisti, al fine di concordare un piano d’azione coordinato che affronti il problema del cambiamento climatico, di cui il settore dell’allevamento è uno dei maggiori responsabili. CIWF, Compassion in Word Farming, ha quindi scritto una lettera indirizzata all’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi esortando a includere una sessione dedicata alla revisione degli attuali modelli di consumo alimentare all’interno di COP26 per passare a un'agricoltura rigenerativa e ridurre il consumo di carne, pesce e latticini a livello globale.
martedì 27 luglio 2021
Caro Parmigiano, lascia liberi i tuoi animali
Abolire la stabulazione fissa e lasciare liberi gli animali di pascolare nei campi. E’ giunto il momento per CIWF di chiedere un cambio di registro ai produttori di Parmigiano Reggiano. Nel 2021 abbiamo già assistito all'inizio di una rivoluzione: l'Unione europea si è impegnata a vietare l'uso delle gabbie negli allevamenti entro il 2027. Gli scarsi livelli di benessere animale nella produzione alimentare non sono più scusabili. I tempi sono maturi perché il Consorzio del Parmigiano proceda più rapidamente, assumendosi le proprie responsabilità e adottando standard più rigorosi di benessere animale all'altezza dei tempi.
venerdì 23 luglio 2021
Allevamenti senza gabbie? Ci siamo vicini
La UE ha deciso di ascoltare la nostra
voce. Tra pochi anni l’allevamento in gabbia in tutta l’Europa potremmo
ricordarcelo come l’orrore
di un’era che fu. Sì, perché a seguito dell’iniziativa dei
cittadini europei EndTheCageAge lanciata
da Compassion in World Farming ormai due anni fa, la Commissione sentita
la voce di oltre un milione di persone si è impegnata a porre fine all’allevamento in
gabbia entro il 2027. E
questo riguarda 300 mln di pulcini. Ma non c’è bisogno di aspettare il 2027 per
dire basta alle gabbie. È quello che, a seguito della collaborazione con il
nostro dipartimento del Settore Alimentare, ha fatto Eurovo, azienda leader nella produzione di
uova e ovoprodotti che si è recentemente impegnata ad abbandonare le gabbie nei
propri allevamenti italiani di proprietà entro il 2022. Continua in Italia
l’onda di cambiamento che sta coinvolgendo sempre più aziende a convertire i
propri allevamenti in gabbia in sistemi cage free. Negli ultimi 4 anni,
infatti, il rapporto fra le galline allevate in gabbia e quelle allevate in
sistemi alternativi si è invertito passando da 60% (gabbie) e 40% (cage free) a
40% (gabbie) e 60% (cage free). Grazie al lavoro svolto dal Dipartimento del Settore Alimentare con le
aziende anche quest’anno Compassion in World Farming ha consegnato i Premi Benessere Animale alle
aziende leader del settore alimentare per gli impegni innovativi nel campo del
benessere animale e della produzione alimentare sostenibile. Tra i
vincitori italiani di quest'anno ci sono Barilla, che ha ricevuto
un Premio Special Recognition,
e Galbusera, che ha ricevuto il Premio
Good Egg.
giovedì 22 luglio 2021
Cos'è la pandemia?
Secondo Alessandro Baricco, un mito. “I nomi della scienza sono le conchiglie rimaste nella sabbia quando l’onda del mito si ritrae attratta dai campi magnetici delle maree, virus: molluschi”.
In base alle stime del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), nel 2020 il
Pil (prodotto interno lordo) italiano
sul quale si è calcolata per decenni la salute di un’ economia, in termini di
mezzo, uno, due punti percentuali, ne ha perduti dodici. Ecco una delle tante, tra le altre,
conseguenze da imputare alla pandemia.
Lungi dall’essere un castigo, come si pensava fossero le pestilenze dei
secoli passati, con tanto di monatti e untori, per Alessandro Baricco, che lo
spiega in “Quel che stavamo cercando” (Feltrinelli, 2021, 33 frammenti, prima
edizione solo digitale ottobre 2020), la pandemia è una creazione mitologica.
Ossia “una costruzione collettiva in cui diversi saperi e svariate
ignoranze hanno lavorato nell’apparente condivisione di un unico scopo”
(frammento 1 ). I saperi sono quelli degli algoritmi, della Silicon Valley, dei
microprocessori al silicio. In una parola dei computer, dei tablet, degli
smartphone, e degli orologi da polso elettronici. E le svariate ignoranze
quelle che letteralmente ignorano come questo per certi versi incredibile balzo
in avanti sia stato fatto a spese delle masse impoverite del Terzo Mondo, come
i bambini africani costretti ad estrarre il litio che serve alle batterie di
questi dispositivi, in discariche radioattive a cielo aperto.
“I miti sono figure in cui una comunità di viventi organizza il materiale
caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni” (frammento 2). “Come
aveva ben capito l’intellighenzia omerica, può accadere di sconfiggere il mito,
come insegna l’Odissea” che distrugge ninfe, Polifemo e Proci e in nome della
conoscenza oltrepassa le colonne d’Ercole, o di “edificarlo, come insegna l’ Iliade”
. “Con un mito si genera un mondo, con un altro, lo si distrugge.” (frammento
6).
Per arrivare alla nostra modernità e post modernità, anche l’inconscio e la profondità sono creature mitologiche. Jung aveva capito che stava
per arrivare il nazifascismo dai sogni che gli raccontavano i suoi pazienti:
l’inconscio collettivo. La profondità
per quasi due secoli ha guidato ogni nostro sentire, ogni nostra creazione,
intellettuale e artistica. “Con la profondità, negli spazi bianchi, là dove
compare la splendida scritta hic sunt
leones (qui ci sono i leoni e non
ci si può addentrare, ndr.), siamo
andati a vivere.” (frammento 10).
“Il destino degli uomini è tessuto con il filo del mito, intendevano dire i
nostri padri. Volevano che lo sapessimo.” (frammento 6). Tornando alla pandemia, questa esiste perché abbiamo lasciato che ci
fosse. Eravamo ad un passo dal baratro e ci siamo caduti. E’ l’urlo della
Storia che ci impedivamo di sentire.
“La pandemia ci dice /infatti/ che era una follia
andare a certi ritmi, smarrire così tanta attenzione e sguardo, smarrire
qualsiasi intimità con se stessi, scambiarsi corpi nevroticamente senza
fermarsi a contemplare il proprio, vedere molto fino a raggiungere una certa
cecità, capire molto fino a non capire più nulla. E nel ralenti a cui ha costretto l’intero mondo, ha tirato fuori
fotogrammi, film delle vite che non si potevano vivere, spesso il volto
dell’assassino o il volto dell’angelo. E nella costrizione all’immobilità ha
spalancato quarte dimensioni che si erano abbandonate.” (frammento 23).
“La pandemia è un primum assoluto perché generato in una soluzione chimica mai
esistita prima, quella del Game della
civiltà digitale/che implica/una capacità di calcolo vertiginosa; un sistema a
bassissima densità e perciò percorribile a qualsiasi velocità da qualsiasi
vettore; un motore narrativo a trazione integrale in cui chiunque – chiunque /compresi i Ferragnez, ndr./ – può produrre storie”.
(frammento 21).
“La
grottesca forbice tra ricchi e poveri in cui viviamo non si sarebbe mai
potuta formare senza che una prospettiva mitica le procurasse una
legittimazione per così dire epica.”
(frammento 17). “La stessa produzione mitica ha messo all’ordine del giorno la
salvezza del pianeta Terra diventando anche questa una figura mitica vera e
propria, solo quando una forma di contagio è valsa più di qualsiasi
ragionamento o dato scientifico. /…/ Là dove finisce l’attacco frontale, vince
il contagio. La pandemia è un piccolo manuale di tattica, tra le altre cose.”
(frammento 26).
E poi: ”La resa senza condizioni al metodo scientifico
/cogito ergo sum, ndr./ ci ha resi
incapaci di leggere il mito” (frammento 7). Farlo con categorie novecentesche
(il fascismo e la guerra partigiana, ndr.)
è stato peggio. Nel saldo collettivo, “morire meno e morire meglio non
significa vivere di più e vivere meglio.” (frammento 28).
Il mercato dei succhi in cartone
Il mercato di succhi di frutta e nettari in cartone poggia le sue basi su un ampliamento della categoria a tipologie merceologiche similari. Perché le bevande a base frutta, addizionate di fibre, latte e anche estratti vegetali e integratori, appartengono ormai all’area dell’alimentazione salutistica e comunque al più largo ambito del bere analcolico, da poco proposto anche nei ristoranti. Dove si possono consumare anche salutari centrifughe. Occupandosi di bevande a base di frutta, meglio sarebbe parlare di mercato del bere analcolico, perché è un segmento del beverage fortemente condizionato dall’innovazione che ha portato sugli scaffali dei supermercati e dietro il bancone del bar una vasta gamma di bibite diverse: dai più tradizionali succhi alle spremute, dai frullati agli “smoothies”(frutta con latte), dai nettari alle bevande frutta funzionali, dai concentrati ad altre bevande a base succo. Il mercato è ormai maturo, ma io l’ho scoperto quando per una terribile emicrania di cui soffro, ho scoperto di potere bere il pomeriggio solo uno di questi succhi, senza che la testa ne risenta. Meglio di tutto succo di arancia gialla o rossa.