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giovedì 5 novembre 2020

La lotta contro il gas serra si sposta a lotta contro la pandemia e per assicurare il cibo per tutti

Il legame tra cibo e cambiamento climatico è tornato, con il Covid, prepotentemente nell’agenda di chi si occupa di riscaldamento globale che, se non fermato con azioni drastiche, porterà un miliardo di persone a rimanere senza acqua e due miliardi a soffrire la fame, se non a morire per la pandemia, e la produzione di mais, riso e grano crollerebbe del 2% ogni 10 anni. Già ora, per via dello sfruttamento intensivo delle monoculture, prevalentemente votate alla produzione di mangime per animali, scompaiono interi campi di grano per la nutriente pasta, fatta eccezione per gli intolleranti al glutine. Il consumo settimanale di prodotti non sostenibili comporta una produzione di gas serra pari a 37 kgCO2eq, mentre con una dieta sana siamo a 14 kg CO2eq. Uno studio condotto da Slow Food con Indaco2 dell’Università di Siena ha analizzato l’impatto di singoli alimenti, dalle mele al latte, dalla carne al formaggio. Prendendo ad esempio le uova, si calcola che il risparmio realizzato da un allevamento all’aperto che rispetta ambiente e animali, rispetto a uno industriale, corrisponde al risparmio delle emissioni di un auto che percorre 30.200 km. “La produzione di cibo, - dicono a Slow Food, il cui slogan è cibo buono pulito e giusto - è responsabile di un quinto dei gas serra, mentre la produzione di mangimi occupa il 40% della produzione agricola mondiale. Da sempre sosteniamo e condividiamo i tre pilastri della Fao per il progetto #FameZero: contrastare lo spreco di cibo che ogni anno raggiunge 1,3 milioni di tonnellate nel mondo; favorire un approccio integrato in agricoltura: l’agroecologia che si basa sul rispetto delle biodiversità e sull’interazione tra colture, allevamento e suolo. Terzo elemento, alla base dell’attività di Slow Food: seguire una dieta sana e sostenibile.” Proprio a questo proposito Slow Food ha condotto una ricerca con Indaco2 (spin off dell’Università di Siena) analizzando l’impatto di una dieta sana e sostenibile con una che non lo è. Il risultato è che quest’ultima genera quasi il triplo dei gas serra.  “Un anno di buone abitudini – conclude Carlin Petrini, portavoce di Slow Food – ci farebbe risparmiare CO2 pari alle emissioni di un auto che percorre 3.300 km”. Chi nel Sud del Mondo, vive allevando capre, pecore e cammelli, è stato colpito, causa il cambiamento climatico, da siccità e inondazioni e trovare l’acqua per gli animali è la più grande sfida che deve affrontare. Soprattutto adesso che spostarsi con la pandemia, originatasi proprio in quei luoghi, è più difficile che mai. Ma se nel Terzo Mondo c’è chi fatica a vivere decentemente, chi ha fatto fortuna negli Usa emigrando dall’Italia ai primi del secolo, come Lidia Bastianich, la cuoca adesso di fama internazionale, oggi pensa a come preparare cibo per i bambini meno fortunati. “Ho studiato e ho visto che gli ingredienti esistono – ha detto -. Preparerò una minestra per tutti loro.”

lunedì 10 ottobre 2016

Ma cosa mangiamo?


Incredibile l’importanza che si dà al cibo. Dalla provenienza del grano, se sia bio oppure no, alla xylella che ha colpito in Puglia gli ulivi, se sia una malattia o una speculazione edilizia, dall’origine in bottiglia dell’olio e del latte, dai vari format di ristorazione, alla cucina stellata.

Per poi scoprire, ma lo si sapeva già, che il mercato alimentare è in mano a 10 multinazionali, da Nestlè con un fatturato da 92,3 mld, Pepsico (63,1) e Unilever (59,1). I primi 10 colossi controllano il 70% dei cibi venduti al mondo, altro che Franciacorta in Bianco con i suoi formaggi Dop, la sagra del Tartufo dì Alba o quella della mostarda e del torrone di Cremona, per citare solo quelle che si stanno svolgendo adesso in autunno.

E con buona pace anche di Carlin Petrini con il suo progetto di orti nel mondo povero (l’unico orto che funziona e che continuerà a essere coltivato è quello di Michelle Obama alla Casa Bianca contro l’obesità onfantile) e di Oscar Farinetti con il suo Eataly che mi spiace doverlo dire si sta rivelando una delusione.

Domenica a Milano ci ho mangiato una pessima pizza, senza olio e senza origano, in pratica senza sapore, anche con il prosciutto o con la provola e i broccoletti  (broccoletti sulla pizza?) di quella vegetariana. L’unica passabile la margherita. Il tutto in un contesto di grandissima confusione, seduti su dei trespoli al banco. Impossibile poi fare un giro ragionato delle varie specialità alimentari esposte per via delle troppe file e impossibile acquistare causa i prezzi proibitivi per una famiglia media. Infatti il posto è frequentato soprattutto da stranieri danarosi.

Sono vent’anni che mi occupo di cibo e se il massimo è fare una torta come il boss delle torte (programma televisivo americano a eliminazione dei concorrenti)il paesaggio che mi si presenta è veramente deprimente. Viva Caprotti, da poco scomparso, che da vero signore, ha saputo mettere in piedi nel lontano 1957 e far vivere bene fino ad ora una catena di supermercati di tutto rispetto, con il meglio che si possa acquistare in ogni comparto.