Certo, l'Italia è appesa al filo delle pmi (piccole e medie imprese), operanti per lo più nel settore della ristorazione e del turismo e si moltiplicano gli appelli al governo per non lasciarle affossare per il Covid-19, anche e soprattutto in relazione alla prossima stagione estiva. Ma pensiamoci un po'. Non è che il settore, soprattutto quello della ristorazione si scopra adesso così fragile perché in questi ultimi anni così sovraffollato? Pizzerie, ristoranti di lusso e no proliferavano da ogni parte, soprattutto nella operosa Milano e il suo hinterland, meta di turismo quasi solo per il Duomo, Brera e l'affresco dell'Ultima Cena di Leonardo, negli omonimi Orti. Che non è poco, certo, ma non siamo ai livelli di Venezia (il cui sindaco Luigi Brugnaro chiama oggi in streaming una videoconferenza con i giornalisti per raccontare come far riprendere la città, sede tra l'altro, per rimanere in tema di food, del celeberrimo Harry's Bar) e di Roma, con il Colosseo, i Fori Imperiali e la buvette del Parlamento che , sia detto per inciso funziona come prima anche senza mascherine e con i prezzi al minimo). E poi, su e giù per lo Stivale, sagre per prodotti tipici di ogni tipo (formaggi in testa e in testa a testa con quelli francesi), insaccati e soprattutto vino e pizza (quest'ultima patrimonio immateriale dell'umanità). Tutto questo per dire che eravamo già in sovrappiù con l'offerta e quando l'offerta supera la domanda si è in deflazione (calano i prezzi come è sceso quello del barile del petrolio e le bollette di gas e luce, anche se non ce ne accorgiamo, noi comuni mortali, perché su quello e su queste gravano le accise e le tasse a conguaglio di spese per coprire le spese di eventi remotissimi, vedi le nostre colonie in Africa). I ristoranti con chef stellati, con i loro cosiddetti piatti d'autore ce l'hanno, anzi ve l'hanno fatta, pagare cara e azzarderei quasi a dire, in nero. Con gli avventori pagati a piè di lista dalle società che mandavano in giro i loro rappresentanti di commercio o lavoratori dello spettacolo ( ma quelli già ci avevano la schiscetta) nei locali più famosi, salvo innescare un giro di affari non sempre "trasparenti" dal punto di vista del fisco. Insomma siamo sempre lì, le tasse le pagano i soliti noti, quelli che lavorano in fabbrica o gli impiegati. E dire che con le tasse di tutti gli altri ne potremmo sconfiggere (anche se ha detto Bill Gates che lo pagherà lui lo sforzo comune per trovare un vaccino) non uno, ma più coronavirus, facendo tamponi a tutti e fabbricando e vendendo a prezzi regolari le famose mascherine oggetto oggi di una miriade di tutorial su come farle in casa. Ma attenti, queste ultime funzionano poco.
"diario sul cibo per chi non crede che il cibo sia cultura ma nutrimento e garantirlo a tutti sarebbe già un bel passo avanti...esistono 'il pane e le rose'…assicuriamo il pane a tutti perché tutti possano avere anche le rose…"
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martedì 28 aprile 2020
Covid-19, due o tre cose che so di lui
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giovedì 12 marzo 2020
Covid-19, cosa serve all’agricoltura per non soccombere
Come per tante altre cose, la
ricetta per far fronte alle calamità moderne è nel passato. Così IVSRA,
l’Istituto per lo sviluppo rurale e l’agriturismo ha anticipato la settimana
scorsa i provvedimenti che il Governo sta prendendo in queste ore per sgravare
aziende e agricoltori dalle conseguenze del Coronavirus. Innanzitutto, scrive
Giorgia Pusceddu di IVSRA, “nel dopoguerra gli agricoltori, per guadagnare di
più, furono convinti a produrre molto in poco spazio anziché poco in molto
spazio. In sostanza per capire meglio in un ettaro di vigneto trasformato a
pergola si potevano produrre anche ottocento quintali di uva anziché gli
ottanta classici di un impianto a filare.” Solo dopo molti anni tuttavia si
capì che questo metodo portava ad un peggioramento della qualità dell’uva e del
vino, il prodotto di punta della nostra agricoltura. “Furono gli agricoltori
moderni degli anni Ottanta – continua Pusceddu - gli artefici del cambiamento,
insieme agli inventori dell’agriturismo, un modo di fare vacanze vicino alla
terra e ai suoi frutti.” Oggi per effetto del Covid-19, che IVSRA attribuisce
erroneamente alla “comunicazione sul Coronavirus” (non si tratta di
comunicazione ma di una emergenza reale, vera, che comporta molti morti e
sconvolge la vita e le abitudini di ciascuno di noi, ndr.), è certamente
necessario prendere dei provvedimenti che vadano incontro al settore, come tra
l’altro il Governo sta già facendo. Vediamo quali in base alla scaletta stilata
da IVSRA.
Finché c’è il virus azzerare i
contributi previdenziali per i dipendenti e la tassa di soggiorno per gli
ospiti, tagliare gli oneri sullo smaltimento dei rifiuti e il diritto d’autore,
introdurre l’incentivo di soggiorno.
Ridurre i costi di tutte le
imprese turistiche, tenuto conto della forte contrazione degli ospiti.
Chiamare a contribuire alle
suddette riduzioni tutte le istituzioni alle quali sono dovute imposte e
compensi che prescindono dai pernottamenti, pasti e servizi turistici venduti
dalle imprese.
Mantenere intatti i livelli di
occupazione.
Per fare questo secondo IVSRA
serve:
L’imposta di soggiorno abolita.
Dovuto agli ospiti di tutti i Comuni un incentivo di soggiorno (riduzione sulla
tariffa di alloggio) di 10 euro che le imprese turistiche recupereranno sui
versamenti Iva all’Erario.
Ridotta dell’80% l’imposta
sullo smaltimento dei rifiuti.
Ridotti dell’80% i contributi
SIAE (Società per i diritti d’autore), SCF (Società consortile fonografici) e
l’abbonamento speciale RAI.
Azzerati per le imprese i
contributi assistenziali e assicurativi sulle retribuzioni ai dipendenti dovuti
a INPS e INAIL e trasferiti a INPS e INAIL.
“In Italia – dichiara Stefano
Caporossi, responsabile del settore agricoltura di IVSRA – operano circa
216mila imprese ricettive turistiche, per 5,1 mln di posti letto: senza un
intervento forte e tempestivo del Governo stimiamo che il 30% chiuderà e il
70% licenzierà parte del personale.”
venerdì 28 febbraio 2020
Coronavirus, niente panico, please
Bene, cioè, male. Adesso siamo alle prese con il coronavirus, che altro non è che un'influenza. Certo, stanno ancora lavorando al vaccino, ma in Italia, che è sempre all'avanguardia, per queste e per altri milioni di cose (vogliamo parlare di Umanesimo e Rinascimento?) hanno già isolato il ceppo: adesso bisogna trovare il vaccino. E soprattutto non mettere i piedi nel piatto della Fattoria degli animali (do you rembember il libro 1984 di George Orwell) dove i suini la fanno da padrone, come sembra facciano proprio in Cina, dove peraltro mangiano anche cani e pipistrelli. Ecco: la Cina, per Marco Polo che ne scrisse Il Milione era l'Estremo lembo di un viaggio durato decenni (ma lo fece nel 1.200). Adesso sappiamo bene che la si può prendere meno alla larga ed arrivarvi attraverso Paesi più civili (Occidentalis Karma, vi dice niente?). Insomma, le norme igieniche precauzionali vanno rispettate, ma senza crearne panico. La pandemia si diffonde con il meccanismo tipico del "dalli all'untore": ci siamo già passati attraverso la peste nera del 1300 (Il Decamerone), ritornata nel 1600 (quella raccontata da Manzoni ne I Promessi Sposi) e poi La Peste dei giorni più vicini a noi raccontata da Camus. Poi ricordiamoci che l'influenza spagnola degli inizi del Novecento fece molte più vittime di quelle di oggi, per non parlare della Sars e dell'aviaria. Insomma, calma. Lavarsi le mani sì va bene, ma le si devono anche lavare quando si sta in casa molte più volte di quello che facciamo di solito? E poi, starnutire girandosi o mettendo il viso nell'incavo del braccio va anche bene, ma le persone educate non lo facevano anche prima? Insomma, l'allarme pandemia andrebbe evitato, con o senza mascherine (quelle potevano andare bene finché c'era Carnevale).
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