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martedì 3 marzo 2020

La peste di Camus

-"Ovviamente, sapete che cos'è, Rieux?"
- "Attendo i risultati delle analisi."
- "Io lo so. E non ho bisogno delle analisi. Ho fatto parte della mia carriera in Cina, e ho visto qualche caso a Parigi, una ventina d'anni fa. Solamente, non hanno osato darle un nome, per il momento … E poi, come diceva un confratello: "E' impossibile, tutti sanno che è scomparsa dall'Occidente."
Sì, tutti sapevano, salvo i morti. Avanti, Rieux, voi sapete bene come me cos'è …
- "Sì, Castel, disse, è appena credibile. Ma sembra proprio che sia la peste.
Questa  la quarta di copertina del più celebre romanzo di Albert Camus (1913-1960), Premio Nobel nel 1957. Tiratura in Francia due milioni e mezzo di esemplari.   
"E' altrettanto ragionevole rappresentare una specie di prigionia per un'altra che rappresentare non importa cosa che esiste realmente per qualcosa che non esiste affatto."
Daniel De Foe
E noi in effetti oggi siamo imprigionati da una cosa impalpabile che non si vede  e non si tocca, se non nei corpi degli ammalati, quelli che stanno negli ospedali e quelli che non sanno ancora di essere infettati ma implorano un tampone. Così la gente, in controtendenza rispetto a quello che si dovrebbe fare, si affolla davanti ai Pronto Soccorso. I giornali e telegiornali minimizzano. I politici strumentalizzano. Gli specialisti sono stufi di apparire nelle varie trasmissioni televisive. 
"Ascoltando, in effetti, la crisi di allegria che saliva nella città, Rieux si ricordava che questa allegria era sempre minacciata. Perché sapeva che questa allegria era sempre minacciata. Perché sapeva che questa folla in gioia ignorava, e lo si può leggere nei libri, che il bacillo della peste non sparisce mai, che può restare dozzine di anni dormiente  nei mobili e nella biancheria, che attende pazientemente nelle camere, le cantine, le valigie, i fazzoletti, le cartacce e che, forse, verrà il giorno in cui, per la sfortuna e l'insegnamento degli uomini, la peste risveglierà i suoi topi e li vedrà morire in una città felice."
Fine del libro e inizio delle nostre paure ...

venerdì 28 febbraio 2020

Coronavirus, niente panico, please

Bene, cioè, male. Adesso siamo alle prese con il coronavirus, che altro non è che un'influenza. Certo, stanno ancora lavorando al vaccino, ma in Italia, che è sempre all'avanguardia, per queste e per altri milioni di cose (vogliamo parlare di Umanesimo e Rinascimento?) hanno già isolato il ceppo: adesso bisogna trovare il vaccino. E soprattutto non mettere i piedi nel piatto della Fattoria degli animali (do you rembember il libro 1984 di George Orwell) dove i suini la fanno da padrone, come  sembra facciano proprio in Cina, dove peraltro mangiano anche cani e pipistrelli. Ecco: la Cina, per Marco Polo che ne scrisse Il Milione era l'Estremo lembo di un viaggio durato decenni (ma lo fece nel 1.200). Adesso sappiamo bene che la si può prendere meno alla larga ed arrivarvi attraverso Paesi più civili (Occidentalis Karma, vi dice niente?). Insomma, le norme igieniche precauzionali vanno rispettate, ma senza crearne panico. La pandemia si diffonde con il meccanismo tipico del "dalli all'untore": ci siamo già passati attraverso la peste nera del 1300 (Il Decamerone), ritornata nel 1600 (quella raccontata da Manzoni ne I Promessi Sposi) e poi La Peste dei giorni più vicini a noi raccontata da Camus. Poi ricordiamoci che l'influenza spagnola degli inizi del Novecento fece molte più vittime di quelle di oggi, per non parlare della Sars e dell'aviaria. Insomma, calma. Lavarsi le mani sì va bene, ma le si devono anche lavare quando si sta in casa molte più volte di quello che facciamo di solito? E poi, starnutire girandosi o mettendo il viso nell'incavo del braccio va  anche bene, ma le persone educate non lo facevano anche prima? Insomma, l'allarme pandemia andrebbe evitato, con o senza mascherine (quelle potevano andare bene finché c'era Carnevale).