venerdì 9 marzo 2018

Il cibo come pensiero



Ora che l’agricoltura, con gli annessi e connessi, o anche “agricultura”, l’enogastronomia, il turismo gastronomico e il nutrizionismo e la dietetica sono argomenti sempre più presenti sui quotidiani a stampa, in piena era del web dove pure si parla di questi argomenti, indicando nei social la via più diretta per interessare i millennials, ancora non sappiamo se le abitudini alimentari siano veramente frutto di un’ottimizzazione delle risorse e se questa ottimizzazione sia buona per tutti. Le abitudini infatti sono cambiate nel tempo, basti pensare ai riti sacrificali del maiale, all’hamburger del fast food di Ray Kroc, al consumo di polli allevati in batteria sempre negli Usa per alimentare un’altra insegna di fast food, alla vacca sacra dell’India e al conseguente maggior consumo di latte, latticini e pesce, ai mangiatori di insetti del Terzo Mondo (e nella Storia Naturale di Plinio risulta che anche i Romani mangiavano insetti), all’ippofagia del Medioevo, all’allevamento di maiali in Mesopotamia. Tutto questo è raccontato  in un volumetto dell’antropologo Marvin Harris, “Buono da mangiare” con il sottotitolo: “Enigmi del gusto e consuetudini alimentari” per i tipi di Einaudi, e che già nel 1985  individuava nella fame di carne e nel consumo di soia, formaggi, vegetali a foglia verde, latte e anche perché no, insetti, modelli di alimentazione ottimale, anche se ottimale non significa ottimizzazione. Gli animali capaci di trasformare le granaglie di cui si nutrono in carne “buona da mangiare” sono un esempio di ottimizzazione. Ottimale è invece quando ciò che è buono da vendere è anche buono da mangiare. “Per mangiare meglio dobbiamo saperne di più sul cibo in quanto nutrimento, come dobbiamo saperne di più sul cibo in quanto profitto. E solo in seguito saremo veramente in grado di saperne di più sul cibo in quanto pensiero.” conclude Harris dopo aver passato in rassegna tutti i cibi di cui si nutrono gli uomini a ogni latitudine.

Non cancellare la memoria



In tema di memoria del Novecento, il secolo breve come qualcuno lo ha chiamato, è consigliabile leggere un libro di uno storico che riflette sulla sua peggiore delle tragedie, il nazifascismo. Tony Judt, “L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900” è un autore inglese. Dal sito che lo recensisce leggiamo: “In un flusso narrativo ininterrotto Judt fa il punto su quanto accaduto in Europa dal 1945 ad oggi: con troppa sicurezza e poca riflessione ci siamo lasciati alle spalle il Ventesimo secolo e ci siamo affrettati a liberarci dal suo bagaglio  economico, intellettuale e istituzionale. Non abbiamo fatto in tempo a lasciarcelo alle spalle, che i suoi dissidi e suoi dogmi, i suoi ideali e le sue paure stanno già scivolando nelle tenebre dell’oblio. Non solo non siamo riusciti a imparare granché dal passato ma ci siamo convinti – nelle previsioni politiche, nelle strategie internazionali, persino nelle priorità educative – che il passato non ha nulla di interessante da insegnarci. Sulla base del principio che quello era allora e questo è adesso, tutto quanto avevamo imparato dal passato non andava ripetuto. Il nostro – insistiamo – è un mondo nuovo; i rischi e le opportunità che ci offre non hanno precedenti.” Già, e come la mettiamo con l’America First di Trump e il nucleare della Corea del Nord?  Se vogliamo comprendere il mondo nel quale viviamo dobbiamo conoscere quello dal quale siamo appena usciti. “Il passato recente potrebbe accompagnarci ancora per qualche anno. Questo libro è un tentativo per renderlo più comprensibile.” Dall’Olocausto alla spinosa questione del “male” nella comprensione del passato europeo, dall’ascesa e declino dello Stato a quello degli intellettuali del Novecento, Tony Judt stila un compendio delle cieche illusioni dei nostri anni.

Il monopolio di erbicidi e sementi



Erano gli anni Novanta e l’attivista per la pace Amayrta Sen si batteva per il diritto di autodeterminazione dei popoli a procurarsi il proprio cibo. Intanto saliva alla Casa Bianca un coppia di giovani neri che presero molto sul serio i modelli alimentari imperanti, tipo la supremazia della Coca Cola, della Nutella e di altri cibi e succhi contenenti più zucchero che altro. Erano gli Obama e ottennero di far crescere degli orti nei propri giardini e in quelli di quanta più gente se lo potesse permettere. Oltre a combattere contro l’obesità infantile e il diabete di tipo 2 causa di tante malattie nei giovani. Ma intanto cresceva il fenomeno del land grabbing, l’accaparramento di terre dei Paesi più sfortunati da parte di quelli più ricchi, per coltivarci del cibo in conto proprio. Cina imperialista in testa e Africa sfortunata sfruttata in questo modo. Adesso come i proprietari dei software dei computer che infestano le macchine di virus per poter vendere i propri antivirus, le multinazionali delle sementi, Monsanto e Bayern (tedesca) in testa, vendono i loro micidiali pesticidi, ogm inclusi, salvo poi fare affari anche con erbe più  resistenti che dei loro pesticidi non hanno bisogno. E così si chiude il cerchio, anzi un girone infernale, in cui i Paesi e i cittadini più poveri si devono alimentare sempre peggio a rischio di contrarre gravi malattie. Nell’affare sono coinvolte anche l’americana Syngenta e la sempre più potente cinese ChemChina. La Commissione UE, che aveva già aperto un’indagine sulla fusione tra l’americana Dow  Chemical e Du Pont adesso mette erbicidi e sementi sotto la lente per i rischi di monopolio globale, scrive Italia Oggi. Il rischio sarebbe quello di concentrare in un solo player mondiale sia le erbe attive infestanti in competizione tra loro (glifosinato ammonio e glifosato) sia le caratteristiche genetiche di resistenza a questi principi attivi. Come si diceva, virus e antivirus in una sola mano. Un altro rischio da scongiurare secondo Bruxelles che ha messo sotto indagine l’operazione è che oltre a semi e agrochimica si realizzi un monopolio dei dati sui raccolti.

venerdì 2 marzo 2018

Il turismo enogastronomico



La felicità è fare (bene) il lavoro che ami. Io amo la scrittura ed è per questo che continuo a redigere le pagine del mio blog, dopo 15 anni di lavoro come giornalista free lance e di collaboratrice a titolo gratuito del periodico online iscritto al Miur (Ministero dell’istruzione e della ricerca) quadernidaltritempi.eu.  Per riallacciarmi agli argomenti che ho condiviso in questi anni di lavoro e di scrittura con i miei colleghi, so che dopo il successo di Expo 2015, il 2016 doveva essere l’anno dei cammini e il 2017 quello dei borghi, mentre 2018 sarà l’Anno internazionale del cibo italiano nel mondo. La pizza è già patrimonio Unesco dell’Umanità e su questa falsariga i ministri Franceschini (Beni culturali e turismo) e Martina (Politiche agricole) contano su un’estensione dei cibi riconosciuti a livello internazionale e sul loro potere di attrarre quanti più turisti possibile nel nostro Belpaese, peraltro già molto apprezzato da quelli asiatici. Ma tuttora queste iniziative si sono rivelate un flop come scrive anche Pietro Romano su Panorama.  L’Italia del turismo ha bisogno di una spinta e i lavori di Ecosistemi digitali si sono appena conclusi. Oltre 100 gli esperti arrivati da tutta Italia a Firenze per dettare le priorità per la digitalizzazione della Destinazione Italia da inserire nel programma attuativo del Mibact per il 2017 e aggiorneranno il Piano Strategico di Sviluppo del Turismo 2017-2020. 36 le azioni concrete per far crescere il turismo online. Impossibile elencarle tutte ma si tratta di una Policy nazionale per la gestione degli  open  data alla creazione di un kit di strumenti digitali open source, passando per la creazione di un mega wall per lo storytelling distribuito. In altri termini si tratta di far passare le prenotazioni della destinazione turistica Italia attraverso un sistema online. L’evento è stato promosso dal Ministero dei Beni culturali e del turismo, Ministero dello Sviluppo Economico, Regione Toscana e Toscana Promozione Turistica. Per accrescere la competitività del sistema turistico italiano che negli ultimi anni ha perso posizioni e rilanciare la sua leadership sul mercato. Gli esperti si sono confrontati su tre temi chiave: da Digitale a Ecosistemi turistici digitali; Big Data e intelligenza artificiale e Co creazione della strategia di promozione.


La crescita del biologico



Piccolo è bello, ma il biologico lo è ancora di più. IL comparto traina l’alimentare  crescendo a due cifre nella GDO (+20%), la grande distribuzione organizzata, super e iper mercati, e consistentemente anche nei negozi ad esso esclusivamente dedicati (+15%), anche se qui i prezzi sono più alti e di conseguenza la clientela d’élite. I problemi si prospettano ora con la siccità, questo gennaio è stato il più caldo degli ultimi anni, che da circa due anni riduce le coltivazioni anche di grani speciali come il Senatore Capelli in Toscana. Far coincidere le pochissime piogge con l’abolizione di diserbanti chimici, seppure un ottimo intento, come il glifosato, significa non raccogliere quasi più nulla. Intanto l’apposita Commissione Ue sta stilando nuove regole per il controllo che il bio sia veramente bio, aggiornando le disposizioni ferme a 22 anni fa, con l’obiettivo di renderle più trasparenti.